In treno per risaie

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Visitare la Cina in treno:un ottimo modo per conoscerla meglio, al di là degli stereotipi occidentali. Da Pechino a Xian, fino a Shangai, eccovi un po’ di indicazioni e consigli utili. Tutti in carrozza!

Partenza: Pechino

Cina. L’Altro per eccellenza, volerla comprendere è presunzione, immedesimarsi nel suo popolo è, per un occidentale, quasi impossibile. Descrivere quello che la Cina non è, quindi, è semplicissimo. Non è una massa di contadini e operai frenetici e fanatici che intonano slogan e motti in rima tratti dal Libretto Rosso, come poteva esserlo, almeno nell’immaginario occidentale, durante la Rivoluzione Culturale. Non è molto politicizzata: la gente, di solito, al sentir parlare di Mao leva gli occhi al cielo, annoiata, e il suo famoso libricino ormai è poco più che un relitto, plastificato, tradotto in varie lingue, in vendita sulle bancarelle dei mercatini per turisti. Non è “ben costruita” molte città hanno un’architettura che, evidentemente, non è mai stata guidata da nessun tipo di piano regolatore: case e palazzi sembrano sorti qua e la casualmente, senza logica. Non ci sono belle città, solo alcuni bei monumenti e, almeno nel periodo monsonico, verdissime campagne. Non è ordinata, non è tranquilla né democratica. E’ complessa, contraddittoria, in costante evoluzione. Ottimi motivi per visitarla e, perché no, in treno. La Cina è immensa, non una semplice nazione, quasi un continente a sé, e le distanze, ovviamente, sono grandissime. Una delle espressioni cinesi per definire il proprio impero era “Tutto al di sotto del cielo” (Tianxia) e “Tutto tra i quattro mari “(Sihai). L’aereo può sembrare quindi la soluzione più comoda per visitare la Repubblica Popolare, ma potreste aspettare il vostro vecchio jet russo anche per 5 o 6 ore, in caso di nebbia o brutto tempo, e trovarlo gremito di passeggeri cinesi stracarichi di ogni sorta di bagaglio a mano, galline comprese. Spostarvi in treno vi permetterà di collegare visivamente paesaggi diversissimi e contraddittori, in breve: di capire un paese altrimenti incomprensibile. In alcune nazioni i percorsi in treno sono dei tempi morti, un’attesa dell’arrivo, in Cina, invece, panorami, sonno, pasti e conversazioni in treno sono una vera esperienza di viaggio.

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Bejing, la capitale, di solito punto di partenza di ogni viaggio attraverso la Cina, si è estesa disordinatamente e si sta trasformando in una città verticale: pullula di gru che tirano su palazzi da venti piani, a forma di L capovolta, nuovi alberghi, uffici, torri, appartamenti, cavalcavia, tunnel e strade. Grande, illuminata, rumorosa, trafficata, prospera. Niente a che vedere con l’austera Mosca o le città post-comuniste con i loro negozi semi-vuoti, le auto scassate, l’acqua calda ogni due settimane e l’illuminazione razionata. La prima impressione che lascia Pechino è di modernità: nuovi taxi, nuovi alberghi, cartelloni vivaci, ristoranti e grandi magazzini. Ma molti dei nuovi caseggiati, visti da vicino, sono malfermi, moduli giustapposti, dei lego in versione gigante, con finestre sbilenche, porte non squadrate, ricamati da crepe e macchie. Piazza Tiennamen, Mausoleo di Mao e Città proibita, i tre luoghi- culto di Bejing: difficile descriverli in modo originale. Piazza Tiennamen è realmente vastissima, anche se dai filmati in Tv sembra più vivace e colorata. Il Mausoleo di Mao, malgrado le lunghe file all’ingresso è un’attrazione per turisti, più che luogo di pellegrinaggio. Si entra a mani vuote e ben in vista, senza borse né macchine fotografiche, le orecchie assordate da una voce che impone ” non mangiate, non fischiettate, non sputate, non fumate” si percorre velocemente il tragitto prestabilito attorno alla salma di Mao, probabilmente di cera, e si fa appena in tempo a voltarsi velocemente per leggere la scritta a caratteri d’oro, su pannello bianco, dietro il sarcofago: ” Il Presidente Mao Zedong, grande dirigente e maestro, per l’eternità indimenticabile”. Neanche un accenno al fatto che fosse un rivoluzionario, marxista-leninista. La Città Proibita, unica, indubbiamente, ma affollatissima sia da turisti stranieri definiti dai cinesi “nasi lunghi, occhi a palla”, sia da turisti locali: un bagno di cultura e di folla.

 

Da Pechino a Xian

“Vagone di fuoco” cuoche, treno in cinese, è una metafora poetica, edulcorata, per tentare di celare il fatto che i treni, in Cina, di norma sono pessimi: la toilette, di solito, è un porcile. Gli altoparlanti sono assordanti e ossessionanti, il vagone-ristorante è sempre affollatissimo e spesso si serve cibo, per il palato occidentale, immangiabile. L’avventura ferroviaria inizia al momento dell’acquisto del biglietto. Anche in Cina, come ovunque, ci sono prezzi per cinesi e prezzi per “nasi lunghi”, il doppio criterio va dai ristoranti, ai negozi, ai biglietti d’ingresso per musei e mostre, ad autobus, aerei e treni. Lo straniero paga tre, quattro volte in più di un cinese. In Cina non si può prenotare un biglietto da Canton a Shangai se si è a Pechino. Si deve prendere il biglietto quando si è a Canton, conquistandosi il pezzo di carta, rosa e quadrato, infarcito di incomprensibili ideogrammi, a forza di gomitate e spintoni contro un’orda di aspiranti passeggeri urlanti: le file cinesi, sono quanto di più distante si possa immaginare dalle ordinate e silenziose code inglesi. Il risultato è : o non si trova posto o si è costretti a viaggiare negli “hard seat” (yingzuo),  luce costantemente accesa, sedili di legno letteralmente perpendicolari, cinesi seduti ovunque, anche sul pavimento, molti, infatti, non possono permettersi un altro modo di viaggiare. E’ inquietante prendere atto della gran folla di persone che salgono su un singolo treno: per ogni vagone di fuoco a lunga percorrenza c’è un’immensa sala d’aspetto che contiene una massa variegata di oggetti ed esseri umani: scatole di cartone, reticelle, bambini, anziani con la faccia da leone marino, o con i lineamenti ingessati, potrebbero avere dai 50 agli 80anni. Finchè il treno atteso non è entrato in stazione non si può superare la prima barriera del controllo biglietti, la burocrazia è inflessibile e un po’ sadica. Salire e scendere da un treno cinese è l’equivalente di un’esercitazione antincendio, gente che spintona e infligge gomitate, affannata. E, improrogabilmente, alle 22, nella cuccetta (hard o soft sleeper), si spengono le luci, altrettanto puntuale alle 7 la sveglia, anticipata a due ore prima dell’arrivo, se il treno giunge a destinazione prima delle otto. La sveglia è una inserviente- cerbero, in uniforme grigia, che spalancherà sadicamente le porte della cuccetta, accenderà le luci e pretenderà lenzuola e coperte. Sembra che il viaggio in treno, per i cinesi, sia una sorta di happening: fumano, trangugiano litri di the – le ferrovie forniscono thermos e tazze- e noodles liofilizzati che ammorbidiscono con acqua calda. E per ammazzare le lunghe ore del tragitto giocano a carte, girellano per gli scompartimenti in pigiama e pantofole, sonnecchiano, osservano incuriositi i turisti e cercano di comunicare in un inglese spesso incomprensibile. Sembrano incapaci di nascondere il loro interesse per qualcosa: ti fissano con franchezza, gesticolano, mimano, scrutano cosa stai leggendo o cos’hai dentro la valigia. Ma senza malizia. I cinesi, di solito, sono curiosi e cordiali, non sospettosi né diffidenti, fanno domande su tutto e ti fotografano. Prediligono i turisti molto alti, con barba, magrissimi o bene in carne, occhi e capelli chiari, meglio se ricci: il fenotipo, ovviamente, meno somigliante ad un cinese.

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Dopo una ventina di ore di treno siamo a Xian, punto di partenza della Via della Seta, legata all’imperatore Quin Shi Huangdi, che unificò la Cina, costruì la Grande Muraglia, uniformò leggi, moneta, pesi misure, lingua scritta e ordinò, più di duemila anni fa, di modellare i famosi guerrieri di terracotta: un migliaio di uomini e cavalli, a grandezza naturale, con tanto di armatura, che avanzano marciando in un’area vasta quanto un campo da calcio. I guerrieri sono oggi ospitati da una struttura simile ad un hangar. Ogni figura di argilla ha una propria faccia e una propria pettinatura e sembra che ogni statua avesse una controparte in carne ed ossa nell’esercito dell’imperatore Quin. Secondo un’altra teoria i guerrieri rappresentano tutti i tratti fisici degli abitanti della parte orientale del continente asiatico per sottolineare, pur nella varietà di popoli, l’unità della Cina. Allora, come oggi, la Repubblica Popolare aspirava alla leadership dell’Asia. Sulla nuca di ogni guerriero è inciso un nome: forse del soldato, forse dello scultore.

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Da Xian a Kumming

Altre 16 ore di treno per giungere nel Sichuan, a Chengdu che ha alcuni templi buddisti, bei parchi e un’enorme e torreggiante statua del presidente Mao, una delle più grandi della Cina, miracolosamente scampata al vandalismo. La città non offre molto altro, è, a grandi linee, un insieme smisurato di casermoni e baracche. Da Chengdu è di prassi un’escursione a Leshan, famosa per la sua statua di Buddha più grande del mondo e al santuario buddhista dei monti Emei. Il Buddha di Leshan, una città in riva al fiume, è in una nicchia grande come una gola, alla confluenza di tre fiumi. Secondo la leggenda il Buddha è stato scolpito 1200 anni fa per scongiurare le continue morti dei barcaioli che annegavano per le turbolenze dei fiumi. La statua non è “bella” quanto bizzarra:  le orecchie del Buddha sono lunghe tre metri e mezzo, nell’alluce si può parcheggiare un’auto. E’ enorme, sproporzionato, gigantesco ed è, da parte dei cinesi, oggetto di venerazione proprio per la sua stranezza.

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Il monte Emei con i suoi 3000 metri, è un luogo di pellegrinaggio non lontano dal Tibet. La Cina ha cinque montagne sacre, scalate sia da buddisti cinesi sia da escursionisti stranieri, come al solito, una gran folla. L’arrampicata al santuario è un percorso di scalini costeggiato da bancarelle che vendono noodles, chioschi che vendono cartoline, monaci che vendono braccialettini di legno di sandalo, ambulanti, fruttivendoli, americani con t-shirt cinesi, cinesi con t-shirt americane.

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Anche se c’è molta paccottiglia le bancarelle dei luoghi turistici sono una sorta di mercato delle pulci dove si trovano anche oggetti vecchi, non contraffatti: bruciatori d’incenso, sigilli di giada, scatole per il tabacco in argento martellato, indumenti di seta ricamati, cuffie, coppe da vino in giada, vecchi lucchetti d’ottone, immagini lignee di divinità, unghie d’argento, vasi di peltro, tabacchiere, statuette, teiere, piatti sbeccati, bacchette d’avorio… Non si trovano, in vendita, pezzi antichi di qualche valore. E’ illegale vendere oggetti con più di 150anni, ossia cose del primo periodo Quing. Il mercato delle ceramiche Tang, ciotole Ming e persino terracotte antiche e figure neolitiche è ad Hong Kong.

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Dai Monti Emei, nel Sichuan, a Kumming, nello Yunnan, ci vogliono 19 ore di treno e si attraversano circa 200 gallerie. La ferrovia si snoda tra colline coniche, ripidissime, valli strette e profonde gole. La linea e’stata costruita negli anni settanta da soldati e carcerati, una manodopera alla quale, se non lavorava, si poteva anche sparare. Attraversare la Cina in treno rende più immediati i confronti e più evidenti le contraddizioni. Alcune città, le più grandi come Shangai o Pechino, sono cantieri in attività e tutt’altro che “non capitaliste”ma un conglomerato di  traffici, espedienti, sfilate di moda e microchip. Nelle campagne, invece,nelle immense regioni del sud come lo Hunan e lo Yunnan, il tempo sembra inamovibile: colline coltivate dai contorni aguzzi, risaie, contadini col cappello a paralume, montagne verdi-azzurre, the e riso, capanne dal tetto di tegole, strade sterrate malconce. Nelle campagne tutto ha a che fare con il cibo e con la proverbiale operosità cinese. Piantano, coltivano, raccolgono. La campagna ha un aspetto eccessivamente simmetrico e coltivato, le colline sono campi di riso in verticale. Ogni spazio piatto è seminato, sui fianchi delle risaie a terrazze ci sono legumi o cavoli o altri spinaci ai margini delle strade.

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Malgrado la Rivoluzione Culturale, abbia imposto, almeno formalmente, l’uguaglianza tra maschi e femmine, la società cinese è dominata dai maschi: la maggior parte delle guide parlanti inglesi e moltissime tassiste sono donne che, pur avendo un loro lavoro e un loro stipendio, non sono indipendenti economicamente: devono consegnare i loro guadagni e render conto dei loro movimenti a padre, marito, fratelli. Con la politica di un solo figlio, istituita nel 1976, e le sanzioni severe per chi trasgredisce, la preferenza è, di solito, per il figlio maschio. Molti sostengono che l’infanticidio delle femmine sia diffusissimo, soprattutto nelle campagne anche se è più probabile che la possibilità di determinare il sesso del nascituro abbia fatto aumentare vertiginosamente il numero degli aborti. Molti sono, ovviamente, clandestini ma qualsiasi donna può ottenere in qualsiasi momento di abortire in un ospedale di Stato: l’aborto in Cina è considerato un dovere patriottico. E’ molto difficile, tuttavia, avere accesso alle statistiche e quantificare. E’ come con i numeri della popolazione: secondo i censimenti ufficiali nella Repubblica Popolare vivono 1miliardo e 600 milioni di cinesi, ma sono sicuramente molti di più.

Quando salite e scendete dal treno non sostate sui marciapiedi: rischiate di prendervi in faccia gli sputi dei passeggeri. Malgrado la martellante campagna governativa a suon di slogan contro l’abitudine di scatarrare e sputacchiare per terra, comune a moltissimi cinesi, infatti, la Repubblica Popolare resta uno dei pochi paesi al mondo in cui si producono ancora sputacchiere. E non solo. In Cina convivono microchip, vasi da notte, macchine da cucire a pedale, penne “d’oca” (pennino in acciaio, intingi-e-scrivi), aratri in ferro e biciclette antidiluviane.

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Da Kumming a Guilin

Kumming è nello Yunnan, una delle poche regioni della Cina che può vantare una natura verdissima e selvaggia e un’abbondanza di minoranze etniche. Tibetani, thailandesi, cinesi, burmesi, un caleidoscopio di etnie che rendono questa regione vivace, colorata e vibrante. La Repubblica Popolare spesso è percepita come un monolite, abitato esclusivamente dall’etnia a cui appartiene la maggior parte della popolazione, i cinesi Han. Molte zone della Cina Sud-occidentale, invece, dal Tibet al Sichuan ospitano il 50 per cento della popolazione che appartiene ad una minoranza etnica: 45 milioni di persone. Ben ventisei, dei 56 gruppi etnici presenti in Cina, si trovano in quest’area, ma le classificazioni sono spesso delle semplificazioni: solo nello Yunnan si possono contare 260 diversi gruppi etnici anche se quelli ufficialmente riconosciuti sono solo 25. Le minoranze, di importanza strategica per la Cina, spesso vivono in zone di confine, e sono imparentate con gruppi etnici di oltre confine: i Guizhou Miao sono etnicamente identici ai Hmong del Laos e del Vietnam, gli Yao del Guangxi ai Mien di Laos e Thailandia, i Jingpo ai Kachin del Bormeo. I rapporti tra le minoranze e gli Han non sono sempre stati facili, molte le ribellioni e a tutt’oggi le diverse etnie non possono dirsi integrate nel tessuto sociale cinese. La maggior parte delle etnie ha una propria identità linguistica, anche se a scuola è insegnato loro il Cinese Mandarino.

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Il periodo della Rivoluzione Culturale fu un tentativo molto energico di assimilare le minoranze alla cultura Han: i linguaggi locali vennero dichiarati fuori legge così come tutto ciò che era “vecchio”: idee, cultura, tradizioni ed usanze. Soppressa la libertà di religione sciamani, preti e monaci furono arrestati, le minoranze furono costrette a cremare i propri morti, pratica che infrangeva i tabu tradizionali. In Cina è difficile vedere un cimitero, è considerato uno spreco di spazio, la prassi è cremare i morti e mettere le ceneri su una mensola nella casa di famiglia, con foglie di the, fiori di plastica e la foto di rito. Dal 1980, tuttavia, sembra che il governo stia attuando una politica di rivalutazione delle minoranze: esentate dalla politica del figlio unico, ne possono avere due, ricevono un trattamento preferenziale nel posizionamento scolastico, feste tradizionali e cultura locale sono valorizzate. L’apertura economica della Cina e il nazionalismo Han, tuttavia, sono una forte spinta alla loro assimilazione nel sistema sociale cinese.

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Per arrivare a Guilin, la città degli alberi di Osmanto da cui si ricava un vino dal sapore fruttato, da Kumming ci sono 30 ore di treno. Si attraversa la regione del Guizhou: monti vellutati di erba e alberi. Proseguendo verso sud il clima diventa più caldo e più umido, le colline assumono la forma di gobbe di cammello, di gruppi di comignoli, di stupa. E’la regione del Guangxi, che vanta le colline tra le più antiche del mondo, emblematiche, rappresentate in tutte le pergamene cinesi. Oltre che per le sue famosissime colline Guilin è nota anche per la pesca con i cormorani. Il primo viaggiatore a descrivere questo tipo di pesca sembra sia stato Frate Odorico, un missionario italiano, nel 1321:

“certi uccelli acquatici ( cormorani) legati a posatoi e ad una cordicella, per evitare che mangiassero pesci alla stessa velocità con cui li prendevano… un uomo slegava dal posatoio l’uccello acquatico , che subito si tuffava in acqua, e in meno di un’ora aveva pescato tanti pesci da riempire tre ceste; una volta riempite quelle, slegava la cordicella dal collo dei suoi uccelli, che tuffandosi nuovamente nell’acqua si cibavano di pesce e, una volta soddisfatti, ritornavano e si lasciavano legare ai loro posatoi, proprio come prima”.

La pesca con i cormorani è oggi vietata, tuttavia viene organizzata per i turisti, condotti al tramonto in alcuni villaggi vicino a Guilin, fatti salire, al buio, in grandi chiatte e trasportati fino ad una barca illuminata dove una decina di cormorani ammaestrati, con un anello intorno al collo perché non inghiottano i pesci, sono fatti pescare.

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Da Guilin a Shangai

Quasi quaranta ore di treno dividono Guilin da Shangai, un’antica città in riva ad un fiume con l’aspetto di Brooklyn che piace ai cinesi per la gran folla e la vitalità delle strade. Sofisticata ed elegante: vive e lavora qui la maggior parte dei disegnatori di moda di successo. E’ una città cosmopolita e poliglotta, nei mesi caldi soffocante, rumorosa, affollata. Pechino si sta innalzando in verticale Shangai, invece, sta crescendo lateralmente, in orizzontale. Traffico, rumore, frenesia, persino le strade in periferia sono affollate, chioschi improvvisati, vetrine di negozi, mercati allestiti sui marciapiedi, ragazzini per strada che riparano scarpe e biciclette. Shangai famosa, in Cina, per essere una città a “misura di pedone”, una città dai larghi marciapiedi. La conseguenza è che tutti passeggiano per Nanjing Road, a qualsiasi ora, e la calca è impenetrabile. La zona del porto intricata, bisunta, attivissima con magazzini, depositi, lattonieri, fabbri, cordai. Sulla Bund, la passeggiata sul lungofiume, ci sono ancora vecchi edifici degli anni venti, ma Shangai è soltanto una parodia del suo passato: ci sono una miriade di grandi alberghi. Il più lussuoso è lo Sheraton Hua Ting, il posto migliore dove prenotare, con successo, una cuccetta in treno per tornare a Pechino.

Mangiate il cibo venduto nelle bancarelle: è buonissimo. Per evitare di prendere epatite o colera – i piatti vengono lavati con acqua sporca e le bacchette asciugate e riusate- portatevi le vostre bacchette o bruciacchiate con il fuoco, per uccidere i germi, quelle che vi offrono. Assaggiate scorpioni e cavallette fritti. Si trovano in molti mercatini, anche a Pechino e a Shangai, costano il triplo- 15 yuan- di un piatto di gnocchi fritti- 5 yuan- ma vale la pena provarli. Gli scorpioni hanno un sapore strano, ma non disgustoso, sono croccanti e un po’ amarognoli. C’è un detto cinese: “Noi mangiamo tutto tranne aerei e aereoplani”: alberi, erbe, foglie, fiori, alghe, animali. Serpenti, uccelli, tartarughe, gru, rane, cani e gatti. Molti cinesi, infatti, sono convinti che gli animali, anche quelli per noi domestici come cani e gatti, non sentano dolore: sono sulla terra per essere usati addestrati, messi a lavorare, uccisi e mangiati.

L’equivalente cinese di un fast food è un Chen Ma Po- casa dello spaghetto di soia- dove di solito si mangiano noodles con olio, cipolla, pezzetti di pollo o maiale e scaglie di peperoncino rosso, gnocchi fritti o al vapore ripieni di spinaci e riso un po’ colloso, perché preparato e lasciato a lungo in enormi zuppiere. Il cibo che si mangia in Cina non è paragonabile a quello che si trova nei ristoranti cinesi in occidente, dove è esportata la versione annacquata della cucina cantonese umida e appiccicosa: funghi, pollo, pesce in agrodolce, verdure unte.  A fine pasto non cercate il caffè una delle bevande più rare in Cina, di solito, pasteggiando, si sorseggia the verde senza zucchero versato in piccole ciotole di porcellana.

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Passeggiando per Nanjing Road, il corso di Shangai, e’quasi impossibile scorgere un cinese che indossi vestiti e berretti blu, ricordano troppo la rivoluzione. I cinesi hanno abiti colorati, spesso griffati : qui si possono comprare scarpe, borse, t-shirt nike, adidas e reebok a prezzi stracciati, le multinazionali hanno in Cina molte filiali di produzione a basso costo. I giovani, di solito, portano t-shirt con scritte americane e blue jeans attillati, le ragazze hanno capelli arricciati, zatteroni e vestitini svolazzanti.  Prima di prendere un aereo che vi riporti in Italia entrate in un Magazzino dell’Amicizia, i centri commerciali di Stato, che offrono merce scadente e cercate di fare un visita mattutina ad un Parco del popolo: dalle 7 alle 8.30 circa, un gran numero di cinesi, bambini, adulti, giovani e vecchi agilissimi, sparpagliati sul prato eseguono ritualmente, seri e ordinati, i loro esercizi di tai chi, improvvisando coreografie di gruppo o esercizi con il nastro.

 

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