Robot e Intelligenza Artificiale

Il-robot-di-DeAgostini-conquista-il-Giappone

Dal Giappone, con tanto amore

Nell’immaginario collettivo il robot è giapponese, infatti è proprio nella terra del Sol Levante che nascono sempre prototipi e nuovi modelli; da anni è in atto una vera e propria Guerra, tutta nipponica, al miglior androide.

Il robot ha, invece, radici europee, anche etimologiche. La parola robot deriva dal ceco “robota” (lavoro forzato o pesante) introdotto dallo scrittore K. Capek, nel 1920 in “R.U.R. I robot universali di Rossum” dramma teatrale che descrive ua futuristica catena di montaggio: robot che costruiscono altri robot. Anche i primi tentativi di realizzare androidi, del resto, sono europei: Leonardo da Vinci ci ha lasciato un documento del 1495 nel quale ipotizza la creazione di un uomo meccanico. Il primo robot funzionante è del 1738: Jacques de Vaucanson fabbrica un androide che suona il flauto e un’anatra meccanica

Considerati dei semplici giocattoli semoventi, queste creature meccaniche, nate in contemporanea con la prima rivoluzione industriale, iniziarono ad essere percepite come potenzialmente pericolose. Frankenstein (1818) tradusse in letteratura tensioni e paure inconsce: i creatori sostituiti dalle creature alle quali hanno donato la vita. Complesso di Saturno di massa.

Il Golem, (1915), Maria, novella robot-strega incendiata in Metropolis (1927), Roy Batty, condannato ad una breve esistenza e ribelle in Blade Runner (1982), l’androide assassino protagonista di Terminator (1984). Da Frankentein in poi il cinema e la letteratura occidentale hanno sempre considerato robot e cyborg creature ambivalenti. Per gli apocalittici: aberrazioni o insulti a Dio. Per gli integrati: amici che possono, comunque, diventare terribili distruttori. L’unico, esonerato dal rischio di demonizzazione, sembra essere l’ androide protocollare C-3PO (D-3BO) di Guerre Stellari.

metropolis01             download (10)              metropolis2

 

In Giappone il robot è, invece, accolto come aiutante e amico dell’uomo. 1952, primo cartoon sulla robotica: “Astro Boy” un bambino robot che ha sentimenti umani, frequenta la scuola come gli altri bambini e lotta per difendere la Terra. Nello stesso periodo la filmografia occidentale ci regala Kronos Distruttore dell’Universo e Ultimatum alla Terra. Questi atteggiamenti contrapposti hanno radici profonde. La cultura e la religione nipponica sono animiste: uomini, animali e oggetti sono degni di pari rispetto, la vita appartiene a tutti, mentre la cultura occidentale affonda le sue origini nell’idea della creazione e della superiorità dell’uomo.

Non solo in Giappone, ma in tutto l’ estremo oriente il robot ha una funzione sociale: assistere psicologicamente e aiutare fisicamente gli esseri umani. Proprio per questo Governo e istituti di ricerca portano avanti progetti per creare un assistente meccanico personalizzato e personalizzabile.

gundam-01_t                       download (11)

Ma c’è qualcos’altro. Un androide è una macchina che imita l’uomo. Per replicare la corsa è necessario comprenderne in dettaglio meccanica e dinamiche. Non si può simulare un’emozione senza una consapevolezza profonda di cosa ci succede quando ci emozioniamo.  Come direbbe Shigeo Hirose, genio e visionario della robotica “ Se voglio generare conoscenza e capire cosa è e come funziona l’uomo, allora costruirò un robot. “

Androidi quasi domestici e prototipi

12.58 schizzo via dall’ufficio. ASIMO, come ogni giorno, mi accoglie sulla soglia, stavolta sorprendendomi con un fiore. La spesa, ordinata via internet dallo smart fridge è già sistemata, Seisaku ha ritirato gli abiti dalla tintoria, Reg mi accoglie con abbaiare liberatorio, scondizolando freneticamente: ancora deve abituarsi ad Alien ed è un po’ geloso di AIBO, coccolatissimo e consapevole della sua rarità. ASIMO mi informa che Dustcart è passato stamani, Nanny è al parco con i bimbi, PaPeRo Dotto ha insistito per accompagnarli, mentre Lazy è davanti alla TV, sul divano. Kobian sta giocando a carte con nonno Luigi, anche se avrebbe preferito una partita a scacchi. In giardino i jazzisti della Toyota stanno già dimostrando la loro estrema maestria provando alcuni pezzi per la festa di stasera. ASIMO è ancora un po’ contrariato, non potrà esibirsi con il suo quartetto da camera, sì, lo dirige egregiamente, ma la classica non era proprio adatta alla serata. Troverà un altro modo per mettersi in mostra con la splendida actroid/presentatrice che ci ha mandato la Kokoro, sembra sia una ex di Qrio.

No, non è fantascienza, ci siamo quasi. Robot, piccoli e grandi, di forme diverse, umanoidi e non, disposti ad aiutarci e a condividere con noi spazi e tempi e forse, anche emozioni. In questa visione futuristica ma non troppo, si prospetta una società simile a quella dipinta nei romanzi di Philip K. Dick e teorizzata dalla filosofia postumanista: androidi così simili agli umani da rendere urgenti e quotidiane le problematiche di integrazione ed etica e da mettere in discussione il significato stesso di “essere umano” nella sua identità, corporeità, emotività.

Asimo, l’ormai famoso robot della Honda, non solo è in grado di camminare fluidamente, ma anche di correre, su tutti i tipi di superficie, salire le scale, girarsi, cercare e afferrare oggetti, comprendere e rispondere vocalmente ai comandi. Riconosce volti e, grazie agli occhi-microcamera, può mappare l’ambiente registrando la posizione di oggetti stanziali, nonchè rilevare ed evitare eventuali ostacoli. E’ il frutto di più di 20 anni di ricerca: il primo prototipo fu creato nel 1986.

Asimo ha dato inizio ad una “guerra” al miglior robot. La risposta della Sony è Qrio: anno dopo anno Asimo e Qrio si sfidano in una continua gara ad aggiungere funzioni e abilità.  Produrre un androide efficiente è uno show off della capacità di innovazione e della potenza tecnologica. E’ un mercato che muove circa 5 miliardi di dollari all’anno. Anche la Corea sta cercando di entrare in battaglia: meno innovazione, ma prezzi non proibitivi.

asimo-set            images

Tra i robot ormai storici possiamo ricordare AIBO, il famoso cane robot realizzato dalla Sony, uscito di produzione nel 2006:  scarsissime le vendite, troppo caro (sui 2.500 dollari). Emette suoni, vede attraverso microcamere, si muove, sente, riconosce comandi vocali: un centinaio da adulto. Già, da adulto. Aibo è, infatti, un sistema ad apprendimento che risponde agli stimoli esterni (compresa l’interazione con il proprietario) evolvendosi “mentalmente” dalla fase cucciolo. Il cane robot, nel 2001, è stato al centro di una diatriba tra la Sony e i proprietari che ne modificarono il codice per aggiungere funzioni. Inizialmente la Sony minacciò azioni legali, ma, in seguito alle proteste, rese pubblico, per progetti non commerciali, l’ambiente di sviluppo di Aibo. Oggi è l’animale domestico di molti centri di ricerca: open-source ed economico.

download (1)                qrio_aibo

Ascoltando PaPeRo (PArtner-type PErsonal RObot) e le sue varie personalità non si può non pensare a Marvin il robot paranoico della Guida galattica per autostoppisti. Il primo prototipo di PaPeRo, un personal robot sviluppato dalla NEC corporation, giapponese, è del 2001. Design emotivamente coinvolgente, è un cucciolo in cerca d’affetto. Si muove, evita gli ostacoli, riconosce volti e voci, adora parlare, giocare e ballare, esprime il suo umore attraverso gesti, tono di voce, movimenti. Alla domanda “Oggi è un buon giorno per un appuntamento?” consulterà l’oroscopo online prima di rispondere: non emette sentenze senza informarsi. Se gli si affida un messaggio andrà a caccia del destinatario per ripeterglielo. Attenzione: si ricorda le conversazioni! Vi potrebbe sorprendere con un “Te l’avevo detto”.

Da questa primavera c’è anche il PaPeRo Mini: pesa la metà (5kg) ed ha dimensioni ridotte (385mmx248mmx245mm) rispetto all’originale.

Ma qual è il PaPeRo che fa per voi? PaPeRo Leader, narcisista e indipendente, talvolta logorroico, buon imitatore, balla se è di buon umore. Knowledgeable: il Dotto, agggiornatissimo grazie ad internet, ha aspirazioni da conduttore di TG. Non risponde o diventa scortese se qualcuno si rivolge a lui con terminologia non forbita: adora le buone maniere e la sintesi. Dancing PaPeRo: un po’ testardo, ma ama ballare, qualsiasi cosa. Lazy PaPeRo: pigro quasi quanto Garfield. Ma se stimolato e trattato con affetto diventa proattivo e dinamico.

nec_papero_robot-580x464             download

E che dire dei robot musicisti? Sono quasi un classico: Qrio nel 2003, ha iniziato la carriera dirigendo un’orchestra sinfonica. Di rimando la Toyota ha calato in scena un robot trombettista che si cimentava con pezzi di Louis Armsrong.

Tra le ultime novità dalla robotica abbiamo ciclisti, pet e baby-sitter, spazzini e persino attori.

Seisaku-kun, il primo robot ciclista, presentato a fine settembre al CEATEC di Tokyo dalla Murata Manufacturing Co. riesce a salire autonomamente in sella e può pedalare alla velocità di 2 km/h, un record per la sua specie.

Alien, invece, è un robottino pensato per far compagnia agli animali domestici: somiglia vagamente ad un ET bianco, anche se di dimensioni ridotte. Ha gli occhietti antigraffio (microcamere) disposti su un paio di antenne che si chiudono se “percepiscono” un pericolo. E’ dotato di uno speaker, un microfono, è abilitato al Wi-fi e promette di far divertire Fido lanciandogli una sfera verde, eventualmente controllata da remoto dal proprietario. Per accudire i propri pargoli, invece, c’è Nanny, tata robot, commercializzata meno di un anno fa: i bambini ne sono entusiasti, ma è ancora prematuro lasciarla sola con loro.

Kobian, ovviamente made in japan, è il primo ad imitare anche le espressioni facciali umane. Per adesso ne riproduce sette. Gioia, rabbia, stupore: muovere palpebre e labbra e gesticolare è indispensabile.

download (2)        kobian_sadness_1429339a

La Kokoro affita robot attrici per 3500$ (5 giorni): Actroid DER-2 è già apparsa in uno spot TV promuovendo un repellente per insetti.

Oltre ai prototipi e ai personal robot ce ne sono alcuni che hanno già trovato il loro ruolo e la loro funzione all’interno della società degli umani.

Dustcart, circa un anno di vita, è, infatti, un robot spazzino di un metro per 77 cm, già operativo a Pontedera, realizzato dall’Atr, laboratorio di ricerca giapponese e dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. GPS per la localizzazione, ultrasuoni a individuare ostacoli, sistemi laser, sensori e meccanismi elettronici e meccanici gli consentono di muoversi a 16 Km/h con un’autonomia di 24 Km raccogliendo rifiuti “porta a porta” a “chiamata”. Basta comporre un numero di cellulare, comunicare orario e indirizzo e il robot spazzino si presenterà all’appuntamento aprendo il ventre che accoglie fino a 30kg e permette la raccolta differenziata: dal touch screen si può selezionare carta, vetro, plastica… che l’efficiente DustCard depositerà negli appositi contenitori.

E qualche intellettuale? Ecco C-3PO il robot scienziato, meglio noto come Adamo, in grado di elaborare ipotesi, verificarle e ripetere l’esperimento: ha già scoperto le funzioni di un gene del lievito di birra.

I prototipi complesssi hanno ancora un costo piuttosto alto: in media 50 mila euro ad androide. Se grazie a Frubber, un polimero elastico che replica colore, apparenza e consistenza della pelle umana e 31 motori facciali a riprodurre le espressioni, robot come “Einstein”, della texana Hanson Robotics, fotocopiano dettagliatamente il volto del fisico tedesco, saranno necessari una decina di anni per dotare l’umanoide di emozioni, pensiero e consapevolezza di sé.

2020, un futuro piuttosto prossimo: il costo scenderà a circa 150 euro, inevitabile la diffusione di massa.

ROBOT_f        470robot,0

Se fosse una scelta?

“Il cuore deve mediare tra il cervello e le mani.” È una delle frasi-didascalia del film muto Metropolis di Fritz Lang del 1927, un simbolo del post-umano “antelitteram” che ha ispirato Blade Runner, Terminator, Brazil, Guerre Stellari, Matrix. E’ proprio la sfera relazionale ed emotiva degli androidi che apre interrogativi trasversali di roboetica, integrazione, identità. Sarà possible condividere serenamente il quotidiano con una macchina antropomorfa che esegua semplicemente comandi? Già in Metropolis emergono quei temi che domineranno il dibattito filosofico e culturale: rapporto tra la società e la tecnologia che può coadiuvare a salvare vite (“nanobot” chirurghi) o distruggerle trasformandosi in micidiale strumento di dominazione e potere (robot militari e guerrieri), creazione artificiale vista come  “brutta copia” o aberrazione della natura, rapporto tra tecnologia e religione/occultismo, la rivendicazione di un’ assoluta indipendenza, che porta le machine all’ideazione di un piano diabolico per distruggere il proprio creatore.

I ricercatori già prospettano, nel 2050, la commercializzazione di sexbot, androidi per “uomini (o donne) soli”, e c’è chi afferma che anche innamorarsi di un robot sarà facilmente “programmabile”.  E il rapporto di coppia? Il futuro sarà l’incomunicabilità irreversibile? Una relazione sessuale e sentimentale con un sexbot sarà, probabilmente, libera da insoddisfazioni. Alcuni preferiranno un compagno androide meno esigente e complesso, a una relazione sentimentale con un essere umano?

In una delle ultime scene di Io robot, tratto dal libro di Asimov, Sonny, seppur eseguendo un ordine del detective, va contro la sua logica di meri costi benefici logico-matematici: salva la dottoressa Susan da morte certa, invece di eseguire la missione principale, distruggere il cervello centrale. E il suo premio/onere sarà la libertà. In un futuro di confronto tra intelligenza umana e artificiale, di nascita di identità multiple e collettive, gli androidi non dovranno soltanto eseguire comandi, ma affrontare situazioni impreviste che impongono una “scelta” tra alternative non valutabili con logiche dicotomiche e razionali. Sarà necessario dotarli di un’etica. La scuola di robotica del Cnr di Genova si occupa proprio dei fondamenti della roboetica:  dovrà essere“embedded” ossia incorporata nel software degli androidi? A chi la responsabilità di determinare l’universo valoriale della macchina? E visto che saranno sistemi ad apprendimento esperienziale, quali saranno i confini tra l’etica “embedded” e quella appresa “vivendo”?

Will_Smith_in_Io,_robot         io_robot_will_smith_alex_proyas_035_jpg_vnyg

L’innesto tra corpo umano e corpo artificiale sta ormai uscendo dall’immaginario per entrare nella realtà: il professor Kevin Warwick dell’università di Reading ha creato, circa un anno fa, Gordon, un robot con un cervello biologico, composto da circa 100mila cellule nervose prelevate da embrioni di ratto.

Siamo già entrati nell’ epoca del transumanesimo ipotizzato negli anni 60 e formalizzato da Fereidoun Esfandiary, nel 1989? Possiamo considerare l’attuale specie umana come il primo gradino di una nuova evoluzione, che, grazie alla creazione di intelligenza sintetica, di computer organici, di protesi biologiche ed informatiche sopppianterà la ”naturale” evoluzione darwiniana? Il corpo sembra destinato ad abbandonare il suo “obsoleto” ruolo di limite definitorio dell’identità fisica e psichica, per abbracciare quello di supporto ad un’identità multiforme e mobile.

Verso un androide calciatore, stimato pianista e ottimo cuoco

Robot che giocano a calcio e si sfidano nella RoboCup internazionale, che suonano il piano o accudiscono animali domestici. Questi prototipi sono efficienti, ma in grado di eseguire correttamente una singola ed esclusiva attività. Molti androidi sono sistemi esperti che implementano anche tecnologie basate sulla teoria delle reti neurali.  I sistemi esperti nascono dall’applicazione di alcune teorie di Intelligenza Artificiale, disciplina che ha tentato di aggirare la modellizzazione esplicita dei funzionamenti biologici applicando il funzionalismo e proponendo la rappresentazione e formalizzazione del pensiero e della conoscenza attraverso gli strumenti della logica. I sistemi esperti raggiungono, nella soluzione di problemi, in un dato dominio di applicazione, prestazioni paragonabili a quelle di un esperto umano del dominio. Non sono un sinonimo di Intelligenza Artificiale, ma una sua area applicativa, sinonimo, piuttosto, di sistemi Basati sulla Conoscenza (Knowledge Based Systems). Una delle sfide più ardue dell’AI è proprio quella di riuscire a fornire ad una macchina una rappresentazione della conoscenza tale da riprodurre abbastanza fedelmente la complessità del mondo reale. Ancora si è ben lontani dal raggiungere quest’obiettivo, tuttavia, su domini specifici, si sono ottenuti risultati notevoli.

Un robot che abbia reali “capacità cognitive” non può, comunque, limitarsi ad agire esclusivamente su uno specifico dominio, ma deve essere in grado di eseguire autonomamente compiti differenti anche in ambienti sconosciuti, di prendere decisioni, di cooperare e di interagire, anche emotivamente. In un futuro prossimo non dovrebbe esserci un androide abile musicista, ma incapace di prendersi cura di un disabile: le caratteristiche cognitive necessarie per svolgere le più disparate attività dovranno essere integrate in un singolo robot, che dovrà anche imparare dalla propria esperienza.

QRIO_wave_by_subaqua           0504sonyf1

E’ proprio la capacità di apprendere che ci porta verso le reti neurali artificiali: modelli matematici ispirati alle reti neurali biologiche. II cervello umano è composto da un gran numero di cellule nervose (o neuroni) interconnesse, ciascuna delle quali esegue una elaborazione molto semplice. Il comportamento intelligente emerge dal gran numero di elementi e di connessioni tra le cellule.

La promessa delle reti neurali è proprio quella di ricreare strutture simili alle reti biologiche, utilizzando principi di funzionamento basati sull’apprendimento, e non sulla programmazione statica applicata ad una specifica base di conoscenza. I modelli neurali artificiali sono, infatti, in grado di apprendere e di configurare e riconfigurare i propri parametri interni di funzionamento in reazione agli stimoli esterni, fino a produrre e imparare il comportamento desiderato.

Le reti neurali sono ideali per la soluzione di problemi non lineari, ma dei quali si abbiano esempi descrittivi del comportamento desiderato. In parole semplici le reti neurali permettono agli androidi di riconoscere ed elaborare segnali (scritto e parlato) e immagini.

Seguendo la teoria del “darwinismo neuronale” di cui G Edelman può essere considerato il fondatore, le connessioni tra i neuroni e tra le reti funzionali sono modellati anche dagli stimoli esterni: questo significa che ogni cervello è, inevitabilemente, un unicum. Le connessioni si rafforzano o indeboliscono (elettricamente o chimicamente) funzionalmente all’ambiente organizzando, di conseguenza, la categorizzazione e la generalizzazione delle esperienze vissute nel quotidiano e, quindi, le nostre rappresentazioni mentali della realtà.

Questa teoria si è rivelata valida anche applicata all’ intelligenza artificiale: costruendo due reti neurali identiche, sottoposte agli stessi compiti, lo schema di apprendimento, ossia il percorso “scelto” dagli input elettrici per ottenere la disposizione finale degli output, è parzialmenete imprevedibile: l’interazione con l’ambiente (differenze nella sequenza degli stimoli, del materiale utilizzato ecc) influenza la configurazione finale.

artificial int           images (1)

Il tentativo di creare un sistema con reali capacità cognitive ha attraversato varie fasi: inizialmente si è cercato di rappresentare logicamente la conoscenza traducendola in linguaggio binario e scrivendo, quindi, un programma. L’effettivo progresso risiedeva nell’oltrepassare i limiti di capacità computazionale e di qualità dell’hardware. Dopo alcuni tentativi di applicazione a problemi non lineari, che ponevano criticità per la formalizzazione e rappresenzione logica di un dominio, si è compreso che questa teoria poteva essere operativamente efficace solo se applicata a sistemi rigidi e statici (sistemi esperti). Si vide la necessità, quindi, di introdurre anche la variabile “interazione con l’ambiente” e la possibilità di modificare il programma (apprendimento). In un sistema artificiale l’apprendimento è inserito attraverso il feedback ossia il rientro dell’informazione (darwinismo neuronale).

Le teorie basate sulla selezione evolutiva hanno dato vita, già dai primi anni ’90, ad alcuni progetti innovativi come, ad esempio, il Guelph Darwing Project che ha applicato gli algoritmi evolutivi del genoma umano allo studio dei meccanismi di apprendimento tipici delle reti neurali artificiali.

Le reti neurali evolutive (EANN evolutionary artificial neural networks) sono, invece, comunemente applicate nella creazione di videogiochi, o,  più in specifico, dei personaggi “non giocanti”. Immaginate una tipica partita a calcio: alcuni calciatori non ricevono comandi diretti dal giocatore umano, ma devono comunque interagire e adattarsi alle sue decisioni: sono efficienti grazie alle EANN.

La Cibernetica fu ufficialmente formalizzata nel 1943, oltre 60anni fa, l’Intelligenza Artificiale nasce, invece, una decina di anni dopo. L’evoluzione di queste due discipline è la Robotica Cognitiva che cerca di coniugare modellistica biologica, etologica, psicologica con i meccanismi inferenziali.

Le reti neurali continueranno, comunque, ad essere applicate: grazie alla loro flessibilità sono in grado di riconoscere patterns complessi, come quelli generati da vista e udito. I primi robot capaci di apprendere autonomamente sono nati in California, e portano il nome di Darwin. L’ultimo arrivato è Darwin VII, dotato di un cervello in silicio composto da circa 20mila neuroni artificiali. Da qualche mese anche in Italia c’è un robot che impara:  iCub, 99 cm, vive a Roma, all’ Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (Istc) e aiuta gli scienziati a capire come costruire macchine intelligenti.

Tech-pet for fun: I robot da scrivania

Conigli, pinguini, elefanti e teneri cuccioli di dinosauro. Da qualche anno si sono appollaiati sulle le nostre scrivanie o sul comodino, emettendo strani suoni e fissandoci con grandi occhioni. I più sfortunati, invece, sono caduti tra le mani di bimbi irrequieti e dopo fiere lotte contro muri e pavimenti, giacciono menomati in qualche vecchia cesta. L’ industria robotica, negli ultimi anni, ha lanciato sul mercato una serie di “giocattoli per geeks”: oggetti dal design emotivo, tecnologicamente complessi, ma relativamente semplici da usare. Alcuni pretendevano anche di essere utili, ma non sempre le funzionalità promesse sono state all’altezza delle aspettative (create).

Donald A. Norman in Emotional Design (Why we hate or love objects) identifica 3 livelli del design: viscerale, comportamentale e riflessivo. Il design viscerale si riferisce al primo impatto, all’apparenza, è quello più istintivo. Con comportamentale Norman intende, invece, il look&feel e l’esperienza complessiva provata nell’usare il prodotto. Il design riflessivo, infine, è l’universo simbolico e semantico: che sensazioni mi lascia l’oggetto e cosa mi racconta di chi lo possiede? Proviamo a scorrere in rassegna alcuni tech toys, nuovi e non, setacciandoli anche col pettine di Norman.

emotionaldesign1             don-norman

Belli e intelligenti ( almeno sulla carta..o meglio, sul sito)

Uno dei primi pet tecnologici a vedere la luce nel lontano 2005 è il famoso e contestato bianconiglio francoarmeno: Nabaztag. 23 cm per 48 grammi, prodotto dalla francese Violet, ideato da Haladjian e Mével. Il coniglio Wi-Fi dovrebbe declamare l’ora, svegliarti (eventualmente leggendo l’oroscopo) notificare messaggi di posta elettronica (canta anche), enunciare le previsioni del tempo, cercare news attraverso feed RSS e comunicarle. Si illumina grazie a LED colorati e muove le orecchie, vantandosi di fare tai-chi. Può anche “leggere” messaggi testuali, ma capire cosa il Nab stia farfugliando presenta la stessa difficoltà di comprensione dell’ergoniano senza l’ausilio di Babelfish. E’ consigliabile affidargli compiti più semplici come riprodurre mp3 o collegarsi alla radio. Ha un ombelico microfono per ricevere comandi vocali e una coda regola volume. Ogni tanto si accende e spiazza con imprevedibili battute, dal tenero “ma veramente sono stato adottato?” a esclamazioni più impertinenti. Meglio non portarlo in riunione col capo. Gli stessi utenti, da buoni geek prosumer, hanno iniziato a sviluppare alcuni servizi: i “Nabcast” con news musica, informazioni…

Criticato il sistema chiuso: il Nab si connette al server di Violet per aggiornare contenuti e servizi, ma è complicato ricevere email e quant’altro da server esterni. Anche la configurazione è un po’ complessa. Nel 2006 era bilingue (francese e inglese), adesso ne parla 16, italiano compreso. Il bianconiglio, rispetto ai suoi simili, ha avuto un discreto successo: ottobre 2006 erano in 35.000 solo in Francia. A settembre 2007 raggiunti i 180.000 worldwide. Oggi ci hanno ormai colonizzato.

Viscerale: irresistibile quando muove orecchie. 

Comportamentale: aspettative deluse, mirabolanti funzioni soltanto promesse

Riflessivo: fashion geek con tendenze prosumer

nabaztag1          220px-Nabaztag1

Un paio di anni dopo la nascita del bianconiglio, ha fatto capolino un tenero orsetto, rigorosamente bianco: il CHAPIT, made by Raytron. Si propone di aiutarti nello svolgere alcune semplici attività: accendere la luce, la tv o altri devices elettronici. No, non è un telecomando centralizzato: può anche riconoscerti e parlarti. Il modello base sa 100 parole, può impararne fino a 10.000, ma ha bisogno di un insegnante paziente. Chapit può sorridere o manifestare tristezza, esegue comandi e si connette al web. Lontano da ASIMO, ma migliore del Nabaztag.

Viscerale: emotivamente coinvolgente, vuoi abbracciarlo

Comportamentale: a me piace accendere e spegnere TV e oggetti affini. Perchè un orso robot bianco dovrebbe farlo al posto mio?!

Riflessivo: snob geek, fashion come il Nabaztag, ma meno diffuso

download (3)

Inutilmente divertenti

La Arimaz ha appena lanciato un grazioso e piccolo robot pinguino che si siede letteralmente sulla tua scrivania. Esprime i suoi stati d’animo attraverso gli occhioni: cambiano colore in base all’umore, anche se spesso, viste le sue dimensioni, è impaurito o terrorizzato. Può seguire il tuo dito e, grazie ai suoi 5 sensori a raggi infrarossi, si ferma prima di precipitare giù dalla scrivania. La funzionalità più divertente è l’integrazione con Facebook: il pet ha, ovviamente, bisogno di mangiare, di esercitarsi e di essere curato. Se non riesci ad accudirlo da solo anche i tuoi amici, grazie all’applicazione su Facebook, possono contribuire alla sua felice e, ci auguriamo, ben nutrita sopravvivenza.

Viscerale: tenero, ma eccessivamente mignon

Comportamentale: divertente, anche se nel lungo periodo può annoiare

Riflessivo: può intrattenere amici e/o colleghi. Viste le dimensioni pericolo affogamento da caffè: può finire in tazza come un cheerios.

1463           mydeskfriend-3

IWOOT promuove, invece, come coinquilini da scrivania, alcuni insetti colorati, gli “Hexbugs” ( letteralmente insetti a 6 zampe). I piccoli robot, grazie ai sensori di suono e ai rilevatori di oggetti, evitano ostacoli e iniziano a correre via se infastiditi da rumori assordanti. Nelle antenne hanno dei microprocessori: reagiscono anche al battito delle mani zampettando via sulle gambette meccaniche, come degli insetti, appunto. Gli hexbugs sono neri, ambra, blu, rossi e verdi, le dimensioni: 6 x 5 x 3.5cm

Viscerale: colorati, ma, comunque, insetti. Ce ne sono già troppi in natura…

Comportamentale: divertenti, anche se effimeri

Riflessivo: nerd kafkiano con esplosioni di asocialità

NEWS-23617-6900e94d07add6493e422ee4b63b7dcc                                NEWS-23617-da4656b0376748bbd83fec79136b7512

E ancora pinguini. Ma stavolta rosa e vietati ai maschietti. La Bossa Nova (è un’azienda) ha prodotto un grazioso e tenero pinguino: il Penbo, nato probabilmente dall’unione di una bambola e un Pengu. Tassativamente rosa fashion, cinguetta e pigola teneramente. E’ ricoperto da sensori: se lo accarezzi emette suoni di felicità (simili alle fusa di un gatto) e se gli sfiori la testolina inizia a ballare il Cha-Cha-Cha ( per non smentire che è prodotto dalla Bossa Nova).  Ma la sorpresa arriva premendo il cuore rosso sul suo torace: una porticina sul suo ventre si apre ed ecco un baby Penbo ansioso di comunicare con la madre.

Viscerale: tenero e buffo, da coccolare, malgrado il pink fashion

Comportamentale: il baby Pengo può inquietare: educazione/istigazione alla maternità?

Riflessivo: geek girl conservatrice

$(KGrHqV,!q8FG8khGoo+BR4ZdWfuzQ~~60_35                      81L3MX0KpkL._SL1500_

 

Miruko è, invece, un ” wereable robotic eye interface” e promette “Tells you something in real space you can’t see”. Si tratta di un manicotto da cui fuoriesce un enorme occhio sferisco rosso. Forma e colori vagamente inquietanti. Ha una connessione wi-fi e una telecamera nell’enorme occhio, dotato anche di un software per il riconoscimento di oggetti e persone, accessibile dall’iPhone. In teoria può essere usato anche come robot di sorveglianza, ma l’uso ottimale è per Halloween.

Viscerale: inquietante, può causare incubi

Comportamentale: utile per iniziare una conversazione sullo sci fi con retrogusto horror

Riflessivo: dark geek con tendenze paranoiche e manie di controllo

miruko

Salvati

Il dinosauro robot Pleo non si estinguerà. No, non grazie all’ambra, come in Jurassic Park, ma grazie a Jella, azienda che ha rilevato durante la sua asta fallimentare la Ugobe, prima produttrice del Pleo. Il Robosauro entrerà di nuovo in produzione, salvato e quasi invariato.

Viscerale: è un Camarasauro cucciolo, come resistergli?

Comportamentale: da tenerezza e infatuazione. Da infatuazione a innamoramento. Da innamoramento ad amore: Pleo, per tutta la vita!

Riflessivo: in teoria, vista la diffusione capillare: geek fashion victim. Ma si tratta del Pleo, quindi: VIP geek

bg_contact            B000RWEGCO-2-lg

Pelosi e terapeutici

Paro è la più famosa, ed evoluta, tra i robot in pelliccia. La baby foca bianca interagisce grazie ad una rete neurale e ad un sofisticato sistema di sensori che le permette di captare le informazioni e rielabolarle con un microcomputer interno che le “archivia”. L’output di queste elaborazioni permette a Paro di sviluppare una personalità compatibile con quella del suo proprietario. E’ stata lanciata nel 2006 con la promessa di interagire con i bambini autistici applicando gli insegnamenti della pet therapy. Da ottimizzare, anche nel prezzo (4000 euro)

Viscerale: morbida, soffice, bianca. Pet Therapy.

Comportamentale: inferiore alle aspettative

Riflessivo: geek buon samaritano

paro-robotic-healing-seal-2           download (6)

Hasbro, invece, lancerà una vera e propria linea di pelouche robot: Zambi, il piccolo elefante è il primo della serie. Zambi è dotato di sensori su testa e corpo e promette di interagire con gi umani, se e quando giocano con lui.

Viscerale: morbido, ma non puoi spupazzarlo come un pelouche

Comporatamentale: poca interazione

Riflessivo: Jungle Jeek

 

Utili

Ambient ORB, entrata in produzione nel 2005, è una sfera luminosa wireless che cambia colore in base alle variazioni del tempo, all’andamento del mercato (rosso/verde/giallo) o del traffico. Si può personalizzare non solo nei colori, ma anche in base al proprio portfolio o a un particolare indice di borsa. Bella, elegante, regala informazioni al primo sguardo.

Viscerale: stilosa, elegante

Comportamentale: utile, illumina e informa

Riflessivo: stylish geek

download (7)           download (8)

Pioverà? Ambient Umbrella promette di fugare ogni dubbio. Questo ombrello lanciato dalla Ambient Devices (US) nel 2007 è in grado di prevedere le condizioni metereologiche. Grazie ad un radioricevitore all’interno del manico riceve previsioni da 150 diverse stazioni di rilevamento (solo in US, purtroppo!). Pioggia nelle prossime 12 ore: il manico lampeggia. Se il lampeggiare è cadenzato sarà pioggerellina, se l’intermittenza è accelerata: tempeste e acquazzoni.

Viscerale: modello classico nero, un po’ troppo serioso

Comportamentale: utile, ma come ti sentirai quando lo dimenticherai in giro?

Riflessivo: geek previdente

Ecologici

Un robot che funziona ad energia solare? Visto il riscaldamento globale non sarà difficile per questa nuova generazione di robot trovare l’energia. Più che di un singolo robot si tratta di un kit che permette di costruire 6 diversi robottini: una macchina, una nave un aereoplano, un mulino a vento, un cagnolino ed un  “revolving plane”. In inverno, o in assenza di sole, funziona con una lampada alogena da 50 watt.

Viscerale: freddo ma giocoso

Comportamentale: divertente, un LEGO evoluto

Riflessivo: geek ingegnere

Gadget tecnologici: lo standard dovrà essere l’eccellenza, monetizzando l’attenzione

Qual è il segreto per produrre un oggetto di successo nell’epoca della new economy? Design emotivo, semplicità d’uso, tecnologia sofisticata?

Sicuramente tutte queste caratteristiche sono essenziali: all’oggetto non si richiede semplicemente di funzionare, ma deve irretire, ammaliare, sedurre. L’oggetto tecnologico, dal secondo dopo Guerra fino agli anni 90, assolveva la sua funzione proiettiva, legata a promesse di sviluppo e progresso, ma in modo totalmente anaffettivo. Era ridotto a schiavo della sostituzione continua: seduzioni intense, ma effimere, legate esclusivamente alla novità funzionale. A partire dagli anni ‘90 l’industria tecnologica ha abbracciato un nuovo linguaggio: non più oggetti con caratteristiche seduttive e dinamiche, ma anche affettive e riflessive. A seguire la formalizzazione teorica, come Lovemark di Kevin Roberts: il brand che aspira al successo duraturo deve colpire al cuore, creando una dipendenza affettiva. Gli oggetti cercano di conquistare e mantenere la supremazia, come direbbe Baudrillard, stabilendo nuove regole del gioco, basate anche sulla relazione duratura e sulla stratificazione dei ricordi.

Gli oggetti, gadget tecnologici compresi, hanno una dimensione polimorfa: incarnazioni di proiezioni mentali, anche se inutili, riescono a catalizzare desideri, autoprodurre senso, assugersi a simbolo e significato. Sì, sono gli oggetti a dominarci. Il loro potere è nella porosità: spugne docilmente schiavizzanti assorbono ogni significato, spesso subconscio, che desideriamo attribuire loro, ci rassicurano e ci appagano, inutilmente indispensabili. Dittatura reale e istituzionalizzata, ma incofessata e inconfessabile: spesso la merce colma il nonsense che sembra attanagliare la contemporaneità.

La fascinazione dell’oggetto è, quindi, connaturata alla nostra epoca e annulla classi, generi, etnie. Tutti ne siamo schiavi. Ma perchè alcuni oggetti diventano un must ed altri non attirano la nostra attenzione?

La risposta è inevitabilmente complessa e non univoca, ma possiamo cercare di individuare alcune caratteristiche che contribuiscono a rendere un oggetto commercialmente di successo.

Innanzitutto, per quanto riguarda il mercato tecnologico, dimentichiamo i prodotti di massa. E’ l’era della long tail, il dominio delle nicchie di mercato. L’oggetto tecnologico, oltre ad essere destinato ad un target specifico, deve, ovviamente, funzionare, o perlomeno mantenere al 90% le sue promesse. Oltre a funzionare bene, il prodotto ideale, deve essere molto utile, senza dimenticare sensualità e seduzione mentre ci corteggia, per diventare poi un affettuoso compagno, una volta acquistato. Empatia, intimità, passione, ma anche living model, non solo lifestyle. L’oggetto costruirà con noi una relazione duratura quanto più riuscirà a condividere le nostre aspirazioni, ispirazioni e modelli di vita. Prodotti non solo sensuali e affettivi ma, nell’epoca del 2.0, anche riflessivi, open source e partecipativi.

Ma l’oggetto lega, affascina e ruba affetto solo se à capace di rinnovarsi, riconquistando periodicamente la nostra attenzione, scavalcando e imponendosi sul rumore di fondo della comunicazione di massa. E’ l’attenzione che crea denaro. Gli oggetti di successo, anche commerciale, non solo attirano l’attenzione, ma la mantengono viva. Se, dopo averlo acquistato, continuiamo ad usarlo e lo raccomandiamo agli amici significa che merita la nostra attenzione e attirerà quella altrui. Una delle strategie 2.0 per ottenere attenzione è offrire gratuitamente un prodotto, e, come insegna Chris Anderson, numerose sono le modalità per tramutare l’attenzione e l’iniziale gratuità in denaro. Dai tradizionali sconti, omaggi e club alle più attuali sottoscizioni e modelli freemium.

download (9)

Ecco il gadget ideale: tecnologicamente eccellente (funziona, è utilissimo, ha un bel design) innovativo ed affettivo, in grado di autopromuoversi viralmente e attirare attenzione. La monetizzazione sarà una conseguenza quasi inevitabile.

Il Nabaztag, ad esempio, risponde positivamente a molte di queste caratteristiche: bel design, affettivo, partecipativo, virale. Utile (molto per i TAG RFID personalizzabili) ma…non funziona. E se lo tradisco con Chumby, il Nab non ha neanche il diritto di protestare. Altri, più complessi, come AIBO, funzionano, ma hanno ancora un costo elevato e spesso difettano in usabilità.

Per avere un successo commerciale molti robot o gadget dovranno essere più accessibili economicamente, più semplici da usare, creare communities, ed avere una forte integrazione con il web e con le piattaforme di social networking. Sì, perchè, realisticamente, la prima vera intelligenza artificiale sarà online e perchè no, magari integrata con i social media.

La prima vera intelligenza artificiale? Sarà online. Benvenuto Global Brain

Il World Wide Web è un territorio in continua espansione, ormai abitato e urbanizzato. Socialità, commercio, scienza assumeranno nuove forme, ma, sicuramente, si trasferiranno sempre più e sempre più velocelemente online. Non saremo dipendenti da un calcolatore gigantesco e superpotente sulla falsariga dell’immaginario Deep Thought della Guida galattica per autostoppisti, ma la prima intelligenza artificiale sarà la rete stessa, un metaorganismo “pensante” composto da miliardi di sottounità (computer, ma anche robot ed esseri umani) autonome in grado di elaborare informazioni.

Pierre Lévy, uno dei massimi studiosi e filosofi dell’ipermediale, ha coniato già anni fa il termine Global Brain: “un’ intelligenza che è diffusa ovunque, continuamente rivalutata, coordinata in tempo reale, che porta a un’effettiva mobilità dell’esperienza.” Economica, se non gratuita, in grado di apprendere e perfezionarsi, sempre accessibile, ovunque. Una mente collettiva che non risiede su un computer, ma definisce un ambiente cognitivo intermedio fra esseri umani e sistemi artificiali (robot inclusi) che produrrà conoscenza e cultura  proprio grazie alla sua natura partecipativa. E non necessariamente dovrà seguire i percorsi logici tipici degli esseri umani. Modelli alternativi di ragionamento potranno permettere alla conoscenza di avanzare in modi insospettabili. Non laboratori popolati da geniali esseri umani ansiosi di programmare supercomputer intelligenti, ma umani, computer, robot impegnati ad attivare link forieri di nuova conoscienza.

Daniel Dennett, direttore del Centro per gli Studi Cognitivi alla Tufts University di Medford, Massachussets, ammonisce: «La rete di comunicazione globale è già capace di comportamenti complessi che superano gli sforzi degli esperti umani di comprenderli. E quello che non puoi comprendere, non puoi controllare».  Se la rete diventerà così intelligente come auspicano gli studiosi, non sarebbe improbabile che cominciasse a pretendere informazioni. E allora potremmo ricevere un messaggio come questo?

«Abbiamo scoperto una lacuna nella copertura della nostra rete. C’è una mancanza di informazioni on-line sulle tecniche di deprivazione per il controllo della mente. Tu sei l’esperto che meglio può fornire queste informazioni. Si prega di suggerire 4000 parole, con riferimenti e link ipertestuali. Hai sette giorni per farlo.»

ATTENZIONE: Non tentare di ignorare il contenuto di questa e-mail. Non soddisfare questa richiesta comporterà la sospensione di tutte le agevolazioni creditizie, dei diritti di comunicazione e dell’accesso a Internet. Questi servizi saranno reintegrati solamente quando il tuo contributo sarà stato ricevuto ed accettato.

Global Brain ;-)

About the author /


Related Articles

Post your comments

Your email address will not be published. Required fields are marked *